Prendersi cura del benessere degli anziani significa riconoscere la loro storia, i loro gesti, la loro presenza nel mondo come una risorsa preziosa per tutta la comunità. Nella terza età, il benessere psicofisico nasce soprattutto da ciò che permette alle persone di sentirsi ancora viste, accolte e connesse: con sé stesse, con gli altri, con i ricordi che custodiscono e con quelli che affiorano inaspettati.
Il progetto A.R.M.O.N.I.A., promosso dalla Fondazione B&B, si inserisce naturalmente in questa sensibilità e nelle finalità che guidano la Fondazione: creare ponti tra saperi e esperienze diverse per il benessere comune; diffondere una cultura del benessere che tenga insieme corpo, mente e relazioni; promuovere una psicologia di comunità capace di generare spazi di incontro autentici, rispettosi e profondamente umani.
Da questa visione inclusiva e interdisciplinare è nato il desiderio del team della Fondazione di mettere a disposizione non solo le proprie competenze, ma anche la rete di persone conosciute negli anni grazie al lavoro sul territorio. Professionisti provenienti da discipline diverse — accomunati dalla passione per l’aiuto, dalla cura per l’altro e dall’impegno nel costruire benessere condiviso — sono diventati parte viva del progetto. Professionisti, amici della Fondazione, hanno contribuito con sensibilità e creatività, portando nel Nucleo Alzheimer dell’RSA Villa Fiori di Nave un intervento calibrato, rispettoso e ricco di umanità.
L’obiettivo era semplice e potentissimo: offrire alle persone uno spazio in cui il benessere psicofisico potesse riaffacciarsi spontaneamente, senza forzature, attraverso quegli stimoli che più facilmente aprono varchi nella memoria emotiva — un profumo, una risata, un gesto condiviso.
Perché il benessere, soprattutto nella terza età, non è qualcosa da inseguire: è qualcosa che può riemergere quando le condizioni sono favorevoli, quando competenze e sensibilità si incontrano nel modo giusto, e quando la comunità si fa davvero presente.
Il viaggio è iniziato con i profumi. Il profumiere dottor Adnand Abaya è arrivato con una piccola valigetta di essenze capaci di attraversare una vita intera: vaniglia, sapone di Marsiglia, arancia, incenso, lavanda, rosa, agrumi…
La proposta era semplice: prima l’odore, poi una card con l’immagine, poi l’oggetto vero. E, quasi senza accorgercene, lo spazio si è riempito di ricordi. C’è chi ha riconosciuto “l’odore delle lenzuola pulite”, chi ha rivisto “la torta della mamma”, chi ha ritrovato il profumo del proprio giardino.
Non erano solo ricordi: erano frammenti di identità che riaffioravano all’improvviso, con una naturalezza che ha commosso tutti. L’olfatto si è rivelato un ponte diretto verso ciò che ci abita più profondamente.
Al termine dell’incontro, a ciascun anziano è stato regalato un piccolo fazzoletto intriso del profumo che aveva scelto o riconosciuto con più piacere, così da poterlo tenere con sé e continuare a evocare quel ricordo speciale anche nei giorni successivi.
Il secondo incontro aveva il sapore del Natale, ma senza scenografie o allestimenti: soltanto due cappelli rossi e un piccolo alberello. È bastato. La fotografa esperta in fototerapia ha saputo cogliere espressioni autentiche e sorrisi che non comparivano da tempo. C’era chi voleva indossare un cappello, chi si divertiva a tenerlo tra le mani, chi posava timidamente accanto all’albero.
Intanto la stanza si animava di piccole attività: disegni, memory, gesti manuali come piegare stoffe o fingere di stirarle. Rumori leggeri di matite, mani che cercano e trovano, chiacchiere tranquille. Era un ambiente semplice, ma vivo. Ognuno poteva scegliere come esserci, senza attese forzate. Le fotografie raccolte parlano da sole: sguardi luminosi, concentrazione, stupore, qualche risata rubata. La semplicità si è rivelata una forza.
Il terzo incontro ci ha portati al mare. Non quello reale, ma quello evocato dalla stanza multisensoriale: onde che si muovono, luci blu che avvolgono, sabbia vera sotto le dita. In un contenitore pieno di sabbia erano nascoste conchiglie da cercare, raccogliere e sciacquare.
Ognuno ha partecipato a modo suo: chi puliva con attenzione, chi si perdeva nella ricerca, chi preferiva abbandonarsi ai suoni del mare.
La fotografa, presente anche qui, ha colto la delicatezza di quei gesti: mani immerse nella sabbia, occhi che si rilassano, espressioni serene che affiorano piano. Erano attimi semplici, ma profondi. Piccoli movimenti che, insieme, componevano un paesaggio emotivo inatteso.
Alla fine dell’attività, abbiamo messo un po’ di musica e la stanza si è riempita di voci e movimenti: alcuni cantavano, altri accennavano qualche passo di danza, altri ancora battevano le mani seguendo il ritmo. È stato un momento leggero e gioioso, che ha chiuso l’incontro con un’energia inattesa.
E, incontro dopo incontro, sta accadendo qualcosa. Gli anziani iniziano a riconoscere il team, a sorridere quando arriviamo, a partecipare con più spontaneità. I più silenziosi osservano, esplorano.
I familiari raccontano che, nei giorni successivi, alcuni sono più tranquilli, più presenti, più coinvolti nella quotidianità. Sono segnali che non si possono ignorare: lì c’è qualcosa che si risveglia, che si riattiva, che torna disponibile.
A.R.M.O.N.I.A non è solo un progetto: è un modo di stare insieme. Un luogo dove i sensi diventano porte, dove le relazioni si ammorbidiscono, dove anche un gesto minuscolo — cercare una conchiglia, indossare un cappello, annusare un profumo — può restituire storia, continuità, dignità.
A.R.M.O.N.I.A cresce, incontro dopo incontro, come uno spazio in cui gli anziani non solo partecipano: riemergono. Con i loro ricordi, i loro sorrisi, le loro mani che si muovono, le loro parole che ritornano.
Un progetto che ascolta, che connette, che accompagna. Un progetto che restituisce, a ciascuno, il diritto di essere visto.



